Baiocco: “Perugia e Reggina squadre molto differenti”

250
L'ex di biancorossi e amaranto:
foto: antennaweb.it
 

L’ex di biancorossi e amaranto: “Ok l’obiettivo salvezza, ma il Grifo è da play-off. Stellone bravo a dare la sua impronta”

 

In occasione di Reggina – Perugia, per la rubrica “doppio ex di giornata” abbiamo intervistato un ex Grifone che ha fatto la storia del club biancorosso: Davide Baiocco.

Segui ancora le due squadre?

“Seguo maggiormente il Perugia, anche perché attualmente collaboro con Umbria Tv come commentatore. Ma mi piace guardare ed osservare il calcio in generale, quindi mi è capitato anche di vedere la Reggina”.

Allora, partendo dal Perugia, momentaneamente questa si sta rilevando un’annata, probabilmente, al di sopra delle aspettative estive.

“Questo dipende da quelle che erano le aspettative iniziali di cui tu parli. Sin dall’inizio ho sempre percepito nei confronti di squadra e società molto scetticismo, dovuto a fatti del passato. Lo capisco, ma non lo concepisco soprattutto da parte degli addetti ai lavori che dovrebbero fare un’analisi di quello che accade in campo. Personalmente, da subito, ho sostenuto che il Grifo è una squadra che poteva lottare per i play off. Pertanto non sono sorpreso che, attualmente, ricopra questa posizione di classifica”.

E la Reggina?

“Come ti ho detto, la seguo meno rispetto al Perugia. Nella gara di andata mi è piaciuta molto, ma ora è un’altra squadra, con un nuovo allenatore e sicuramente ci sarà qualcosa di diverso. Conosco Stellone e il suo modo di lavorare e sono certo che stia lavorando per dare alla squadra la propria impronta: un calcio propositivo, in cui si prova a dominare l’avversario anche con il palleggio. È una squadra da tenere sott’occhio, anche perché è a sole tre lunghezze dal Grifo”.

Abbiamo parlato di Stellone, ora parliamo di Alvini. Che impressione ti sta dando? Possiamo definirlo una – bella – sorpresa?

“Sta facendo un ottimo lavoro e questo è un dato oggettivo, innegabile. Non lo conoscevo, ma vedendo con quale consapevolezza gioca il Perugia ed esprime quel tipo di calcio, posso solo dire che sta lavorando bene. La squadra lo segue ed ha un’identità ben precisa. È stata una scommessa, per ora, vincente. Che poi non è giusto parlare di scommessa, poiché sono circa venti anni che Alvini allena. Il calcio è sempre calcio, sia che lo fai in D sia che lo fai in serie A. Il lavoro che sta facendo è indiscutibile”.

Ora parliamo della tua carriera. Hai fatto subito un grande salto dalla C alla A (stagione 2000/2001). Come è andato questo trasferimento? Chi ti ha voluto Gaucci o Cosmi?

“Sicuramente devo tanto ai Gaucci perché hanno creduto in me sin dai tempi di Gubbio. Poi c’è stato Serse che è stato l’unico che concretamente mi ha offerto la possibilità di dimostrare il mio valore. A chiacchiere me lo avevano promesso in tanti, ma poi ci vuole sempre qualcuno che ti dia fiducia e Serse per me è stato quella persona. Ci vuole sempre qualcuno che creda in te. Anche oggi, ci sono giovani talenti che militano nelle categorie inferiori ai quali, per mancanza di fiducia, non viene dato nemmeno il tempo di dimostrare il proprio valore. E questo è uno dei tanti problemi del calcio italiano. Del mio esordio in A, quindi, c’è una corresponsabilità tra la società e, soprattutto, Cosmi”.

A Serse quindi sei molto legato. Siete ancora in contatto?

“Proprio in contatto no perché, devo ammettere, non sono stato bravo nel tempo a dare importanza alla nostra ‘amicizia’. Il rispetto è rimasto immutato anche a distanza di 20 anni: è come se fosse ieri che mi allenava. Ti dirò la verità, questo non è un bene. È sempre bene sentirsi e alimentare i rapporti che uno crea. C’è, tuttavia, una legge delle fisica quantistica che dice che quando entriamo in connessione con un persona ci restiamo per tutta la vita. E aver condiviso delle grandi emozioni con Serse, ma anche con Di Loreto, Liverani e gli altri, fa sì che la connessione rimanga profonda, anche se non ci sentiamo tutti i giorni”.

Ricollegandoci alle emozioni che hai vissuto e provato insieme a Cosmi, c’è sicuramente la vittoria a San Siro del 23 dicembre 2000.

“Quell’anno ce ne sono state tante. Di quella trasferta, ricordo pure che ho fatto l’assist per il gol di Saudati. Un’emozione unica e che rimane nella storia del Grifo”.

Perugia è stato il trampolino di lancio per la tua ottima carriera da calciatore. Infatti, dal Grifo sei passato addirittura alla Juventus, dove hai giocato pure in Champions League. Che esperienza è stata?

“Se ci fermiamo al dato relativo alle mie presenze in maglia bianconera, questo ci potrebbe far dire che la mia esperienza juventina sia stata un fallimento. Ma in realtà non è così. Per me, infatti, è stata decisiva per la costruzione della mia mentalità da giocatore. Vedere l’organizzazione di una società importante, allenarsi con grandi campioni e riuscire a capire perché quel calciatore è considerato un campione, questo fa la differenza. Vedere da vicino gente come Trezeguet, Del Piero, Davids allenarsi sempre con umiltà e con la massima intensità, ti fa crescere e capire ciò che veramente differenzia un campione da un buon giocatore”.

Dopo la Juventus, sei andato a Reggio Calabria. Anche in questo caso, hai fatto parte di una rosa molto forte, con calciatori di spessore.

“Un’esperienza molto molto bella. Tra l’altro, ho legato molto con la città, una piazza tosta ma molto calorosa. A livello calcistico, c’è stato un po’ di rammarico perchè penso che non abbiamo sfruttato al massimo le nostre potenzialità, e non solo per demeriti nostri. Ricordo una rosa forte con Jiranek, Franceschini, Bonazzoli, Mozart, Leon, Giacomo Tedesco. E poi Cozza, Stellone, Di Michele e Nakamura. Eravamo veramente forti”.

Poi, dopo essere ritornato a Perugia, sei andato nella squadra che probabilmente è stata tra le più importanti della tua carriera: Catania.

“Per me Catania è stata come Perugia, una seconda casa. Sono stato qui per 15 anni e ho vissuto grandissime emozioni. Su tutte la promozione in serie A dopo 23 anni. Abbiamo dato il via ad una continuità di risultati importanti che hanno, di fatto, aperto un ciclo che ha portato in Sicilia grandi allenatori come Simeone e Zenga e calciatori come Papu Gomez”.

Qui hai condiviso questa esperienza con Fabio Caserta…

“Fabio è stato un calciatore importante. Un po’ taciturno, ma un leader silenzioso: in campo poche parole ma tantissimi fatti. Anche da allenatore è così. Gran parte del merito del trionfo del Grifo della passata stagione, secondo me, va attribuito a lui: ha preso la squadra in una situazione difficilissima, ha compattato il gruppo e ha conquistato la B. Ha tutte le carte in regola per fare una grande carriera da allenatore”.

In conclusione che partita sarà sabato?

“Ci sono state poche squadre che sono riuscite a mettere in difficoltà il Perugia. Sono curioso di vedere se la Reggina, così come all’andata, avrà il coraggio che hanno avuto in pochi di affrontare il Perugia senza snaturarsi. Sono due squadre con caratteristiche differenti ma che vogliono fare un calcio bello e di personalità. Il Perugia c’è ed è presente, la Reggina vuole rientrare nella corsa ai play off. Vediamo chi la spunterà”.

Intervista di Michele Mencaroni