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In un articolo precedente circa l’evoluzione del ruolo del portiere si era sottolineato come oggi l’estremo difensore dovesse “parare, difendere e giocare”. Se il concetto del parare è di immediata lettura, più risultare più difficile capire come un portiere debba difendere e giocare. Difendere significa rimanere alti e coprire gli spazi lasciati dai difensori specialmente se la linea difensiva è molto alta; giocare è la vera novità del ruolo, ossia partecipare alla costruzione della manovra, partendo dalla cosiddetta manovra dal basso. E’ evidente come Fulignati sia chiamato soprattutto a costruire in questa categoria dove il Perugia ha spesso il controllo palla, rischiando anche qualcosa, forse troppo, anche se ieri la confusa e disorganizzata pressione della Sambenedettese ha permesso una costruzione dal basso abbastanza fluida (tranne in una circostanza ove ovviamente si è rischiato anche perché i centrali tendono ad allargarsi tantissimo e i terzini salgono quasi sulla linea degli attaccanti). Il timore, non tanto celato, è che con questa “modernità” i portieri perdano quello che possiamo chiamare il “core business” del loro ruolo: il parare. Sono sempre più evidenti negli ultimi anni errori anche marchiani degli estremi difensori, anche di quelli italiani, considerati da sempre i veri numeri 1. Su questo aspetto c’è una vera e propria disputa: gli allenatori vorrebbero i portieri allenarsi con il resto della squadra quasi sempre; i preparatori dei portieri lamentano il fatto di poter lavorare poco e di non aver tempo per migliorare la tecnica, ossia i movimenti, i gesti, anche quelli meno evidenti, necessari alla buona riuscita delle parate. Un esempio su tutti: oggi i portieri tendono di fronte agli attaccanti a mettersi a croce, seguendo così il modello Neuer, quando in realtà sarebbe molto più utile e redditizio gettarsi sugli avversari e chiudere lo spazio; ma qui occorrono tempismo, velocità, riflessi, tecnica tutte doti un po’ perse e quindi si preferisce rimanere fermi cercando di fare volume. Non fa eccezione alla situazione attuale il nostro portiere Fulignati, anche ieri reo di un tuffo goffo e lento in occasione della prevedibile punizione calciata dal giocatore della Sambenedettese. Purtroppo non è il primo errore che commette, anzi; anche la sconfitta con la Triestina porta inequivocabilmente la sua “firma”. Non si vuole colpevolizzare nessuno, ma è chiaro che il ruolo del portiere è fondamentale per il campionato di una squadra e non sembra esagerato dire che Fulignati, al di là di qualche buon sporadico intervento, non sta dando alla squadra quel contributo necessario per la risalita in serie B. E’ poi del tutto evidente che l’errore è acuito dalla prestazione insufficiente del resto della squadra che ha palesato alcuni limiti già sottolineati più volte: se non gira l’attacco, negativi gli ingressi di Melchiorri e soprattutto di Vano e Bianchimano, il reparto meno forte della squadra, ossia il centrocampo, stenta a costruire gioco con costanza e fluidità, proprio per caratteristiche degli interpreti, bravi nel fare legna, meno a giocare in verticale e saltare gli avversari con forza e tecnica (questa rubrica ha sempre lamentato l’assenza di una mezzala forte fisicamente e tecnicamente). Anche i cambi forzati non hanno certamente aiutato, anche perché Rosi stava dimostrando di poter creare diversi grattacapi alla difesa avversaria: probabilmente non sarebbe uscito Falzerano a fine primo tempo (Caserta aveva già utilizzato due cambi in momenti diversi della gara e ha utilizzato quello di fine primo tempo che non conta) e probabilmente la gara avrebbe potuto avere un andamento diverso. Purtroppo è andata così: in maniera ottimistica si può dire che così la squadra sarà ancora più concentrata e cattiva a Padova, dove si deve comunque cercare di fare bottino pieno, senza pensare di giocare per il punto che sarebbe una scelta tattica e mentale molto, molto pericolosa.

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