Lavagna tattica: il fallimento della gestione dei rapporti umani

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Lavagna tattica: il fallimento della gestione dei rapporti umani. I rigori hanno sorriso alla squadra che ha giocato meglio. Ma la retrocessione parte da una serie di autogol della società in fatto di relazioni con i propri

Lavagna tattica: il fallimento della gestione dei rapporti umani. I rigori hanno sorriso alla squadra che ha giocato meglio. Ma la retrocessione parte da una serie di autogol della società in fatto di relazioni con i propri “dipendenti”

Arrigo Sacchi dopo la finale persa ai rigori nel 1994 a Pasadena contro il Brasile ammise che la squadra carioca aveva meritato la vittoria e che solitamente i rigori arridono alla squadra che ha giocato meglio.

Tale “regola” non è stata smentita purtroppo neanche questa volta, in quanto i rigori hanno sancito la permanenza nella serie cadetta della squadra che ha giocato nettamente meglio dell’altra.

Il Pescara, infatti, ha dominato in lungo e in largo per tutto l’incontro, disputando un’ottima gara, con buone trame e geometrie, supportata da un Galano ispirato, da un Kastanos superlativo e da due terzini arrembanti e con i piedi educati.

I grifoni, dal canto loro, hanno sfruttato al meglio due calci d’angoli in fotocopia, costruito un’altra palla gol con Mazzocchi e una con Sgarbi, ma hanno dimostrato ancora una volta di fermarsi alla volontà, in quanto la qualità di gioco e di manovra è tutt’altra cosa.

Oddo ha fatto il massimo con gli uomini a disposizione che hanno palesato, lo ribadisco per l’ennesima volta, una pochezza tecnica disarmante a centrocampo ed un attacco inadeguato con Melchiorri solamente generoso e Falcinelli ancora una volta assente ingiustificato.

I tanti falli, spesso scomposti e con entrate senza senso, dimostrano da una parte l’inferiorità tecnica del Perugia e dall’altro una mancanza di tranquillità e di serenità ormai palese da tempo.

Era evidente infine come, conquistato il 2-1, i grifoni cercassero di mantenere il risultato senza cercare la terza marcatura e come “non vedessero l’ora” di andare ai rigori, rigori fatali purtroppo per noi.

E’ chiaro che a questo punto iniziano i processi, la caccia ai colpevoli, la fuga di tanti giocatori, il senso di disorientamento dei tifosi…

Tifosi che, se avessero potuto dare una mano alla squadra dagli spalti, avremmo avuto un epilogo della stagione a mio avviso totalmente diverso. Invece dobbiamo incassare una retrocessione amarissima, frutto di inopinate scelte societarie.

Premesso che fare il presidente di una squadra di calcio è assolutamente complicato e che il presidente Santopadre ha sicuramente dei meriti, primo tra tutti la perfetta gestione economica-finanziaria della società (aspetto assolutamente rilevante), non posso non rimarcare la delusione del suo operato dal punto di vista sportivo.

Ho già sottolineato nel precedente articolo l’inadeguatezza del “modus operandi”; sconfesso ora il detto (almeno in parte) “senza lilleri non si lallera”, in quanto a parte esempi di società “benestanti” come Frosinone e Benevento ci sono esempi “low cost” come il Carpi di Castori o il Cittadella di Venturato che con poco o nulla sono, rispettivamente, andati in serie A o fanno tutti gli anni campionati di avanguardia.

Certo avere disponibilità finanziarie rilevanti aiuta, ma a mio avviso non è la prima discriminante.

La prima discriminante, come del resto lo è nella vita, è la gestione dei rapporti umani.

Nasce qui, a mio avviso, la retrocessione del Perugia. Non considerare parte integrante della società l’allenatore, abbandonandolo a se stesso, non coccolandolo, non supportandolo umanamente, sfiduciandolo costantemente, scaricando su di lui tutti gli errori è un qualcosa di imperdonabile. E parlo di rapporti umani.

Non far sentire i giocatori importanti, considerandoli solo figurine da scambiare alla fine dell’anno, non far sentire loro l’importanza della città e della maglia che indossano, non far amare questi colori, è un errore imperdonabile. E parlo di rapporti umani.

Scaricare uno speaker perché sbaglia il cognome di un giocatore senza dargli la possibilità di recuperare non è giusto. E parlo di rapporti umani.

La gestione del “caso” Comotto, prima capitano e bandiera dei grifoni, poi fatto smettere per far spazio alla meteora Monaco e poi sostanzialmente mandato via è stata sbagliata. E parlo di rapporti umani.

Discriminare i giornalisti dividendoli tra giornalisti di serie A e giornalisti di serie B non è giusto, non è nemmeno professionale. E parlo di rapporti umani.

Mascherare o minimizzare il furto di due maglie del museo, maglie donate con il cuore dai legittimi proprietari e alle quali evidentemente tenevano da morire, non è giusto, non si tiene minimamente conto dei sentimenti delle persone. E parlo di rapporti umani.

In buona sostanza l’atteggiamento da padre padrone del presidente Santopadre non ha pagato in quanto non si addice ad una azienda particolare quale è una squadra di calcio.

Fabio Orlandi